In uno show Gucci ogni elemento, anche minuzioso e marginale, ha un peso massimo nella lettura complessiva di quella che a tutti gli effetti va considerata una pièce teatrale, non una semplice sfilata di moda, e lo spettacolo che mercoledì 20 ha aperto la settimana milanese della moda è stato annunciato da un invito carico di simbologie: una maschera da rappresentazione drammatica, nebulosamente sospesa tra Grecia classica e Roma antica, recapitata agli ospiti in una cassa di legno, come un reperto archeologico trafugato e reso oggetto di un losco contrabbando spaziotemporale.

Chiamarla sfilata è riduttivo: la colonna sonora, l’illuminazione ottenuta con oltre 120mila lampadine a led, la lunghissima passerella a specchio e, naturalmente, gli abiti disegnati da Alessandro Michele hanno dato vita a una rappresentazione di notevole potenza evocativa.

Filo conduttore il tema della maschera, a nascondere parzialmente o totalmente i volti di modelli e modelle, che quando erano visibili avevano lacrime dorate disegnate sulle guance.

La collezione è la sintesi visiva e vestimentaria di questo ragionamento, che sfocia in abiti destinati a “persone”, appunto, perché non è importante connotarsi come uomo o donna, ma trovare un modo di rappresentarsi, di fronte a se stessi e al mondo, che sia “personale”.

Ma più evidente appare l’influsso sartoriale, che Alessandro Michele rielabora soprattutto nei completi con giacche importanti dalle spalle oversize e pantaloni ampi, dalla vita alta, chiusi alla caviglia con dei lacci.

Una collezione che, come ha detto lo stilista nel backstage, esprime il suo stato d’animo in questo momento: «Sento che c’è qualcosa che mi sfugge nella società di oggi. Fare moda è un atto politico e io cerco di difendermi da chi vuole rubarmi la cultura».

Pasquale Marcone